“Rispetta le donne, rispetta il mondo” così dice il
manifesto firmato dalla Presidenza del consiglio dei ministri per la giornata
del 25 novembre. Il messaggio è
rivolto anche ai pubblicitari che pur di vendere un prodotto usano il corpo
femminile in modo vergognoso. In Italia la legge non contempla la censura di messaggi pubblicitari sessisti
o violenti per cui c’è libertà di azione. Il compito è demandato ad una
struttura privata come l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria che censura e
interrompe le campagne che ledono la dignità della donna, quasi sempre però
quando sono finite. Gli esempi peggiori risalgono a qualche anno fa. Nel 2004 "La
Gazzetta dello Sport proponeva un messaggio degli utensili Maurer con la a foto di una ragazza procace in
reggiseno e pantaloncini corti, che
indossa una cintura con gli attrezzi La scritta all'altezza del ventre dice "WOW che
attrezzo!" … "L'unico difetto è che la ragazza non è inclusa nella confezione".
La campagna è stata censurata perché la figura femminile viene mostrata come merce da esporre e non rispetta la
dignità della persona.
Nel 2003 la campagna stampa di Gucci proponeva la
fotografia di un giovane inginocchiato davanti ad una donna. Il ragazzo guarda
la modella con lo slip a metà gamba e il pube rasato in modo da evidenziare una lettera "G" simile al logo Gucci.
Il Giurì ha censurato il messaggio perché sostiene che la lettera rasata sul pube è quasi un marchio e
Il corpo viene quindi equiparato, ad un qualsiasi prodotto griffato e, come
tale, mercificato. Nel 2004 i manifesti dalla società Teobras che promuovevano la
linea di costumi da bagno mostrano
in primo piano una giovane donna sdraiata in bikini, ripresa dall’alto, in
mezzo ad un gruppo di uomini piegati
verso di lei. La società produttrice di costumi di bagno sostiene che la modella viene sollevata in alto da un gruppo di
uomini incantati dalla bellezza e dall’espressione del volto, come potrebbe accadere in un sogno. Per il Giurì il corpo della donna è trattato
alla stregua di un oggetto e
sottoposto al richiamo un
po’ ossessivo degli uomini e le fotografie “trasmettono la percezione di una donna in una
posizione obbligata, imposta dalle
mani che la toccano in ogni parte del corpo”. Una pagina pubblicitaria firmata da Aspesi abbigliamento mostrava
un collage di disegni e fotografie, tra cui un corpo nudo di donna, suddiviso
in vari tagli di carne.La pubblicità della Camos marmitte pubblicata sulla
rivista Moto mostrava una giovane donna in tanga, fotografata di schiena sul
predellino di una moto affiancata dalla scritta : “La vogliono montare
tutti".
Nel 2004 Il manifesto della società Alfio Zappalà rappresenta due
mozzarelle, che simulano un seno
femminile, coperte da un reggiseno a triangolo, appoggiate su un piatto di
verdure e pomodorini. Il Giurì ha censurato il messaggio perchè ritiene che l'identificazione delle mozzarelle col seno femminile
sia una forma offensiva della dignità della donna, e si spinge oltre ritenendo
la fotografia una sorta di mercificazione
del corpo femminile. Purtroppo solo pochi media come Il Salvagente riprendono queste condanne. Il più delle volte la censura di uno spot o di un annuncio sessista non fa notizia ma fa cultura !
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