La pubblicità alimentare serve a richiamare l'attenzione dei consumatori verso un prodotto, una marca o una catena di distribuzione. Con l'offerta in continuo aumento e la capacità di spesa in calo, gli operatori del marketing si contendono quote di mercati saturi come il nostro con gli strumenti più aggressivi.
Sul fronte distributivo impazzano le vendite sottocosto e ogni genere di promozioni che la filiera produttiva assorbe con sacrifici immani, ma anche con comparazioni sui prezzi: “Qui costa meno”.
Ma che cosa costa meno, e quanto meno? Il risparmio è reale, se pure condizionato nel tempo e alle disponibilità? E una volta caricato il carrello con i prodotti-civetta, risparmierò anche sul resto della spesa o sarò gabbato dai maggiori prezzi su altre referenze?
La Corte di Giustizia Ue ha fornito una serie di indicazioni sulla pubblicità comparativa, intesa come “qualsiasi pubblicità che identifica in modo esplicito o implicito un
concorrente o beni o servizi offerti da un concorrente”. I requisiti previsti sono che:
a) non sia ingannevole;
b) confronti beni o servizi che soddisfano gli stessi bisogni o si propongono gli stessi obiettivi;
c) confronti obiettivamente una o più caratteristiche essenziali, pertinenti, verificabili e rappresentative, compreso eventualmente il prezzo, di tali beni e servizi;
d) non causi discredito o denigrazione di marchi, denominazioni commerciali, altri segni distintivi, beni, servizi, attività o circostanze di un concorrente;
e) per i prodotti recanti denominazione di origine, si riferisca in ogni caso a prodotti aventi la stessa denominazione;
f) non tragga indebitamente vantaggio dalla notorietà connessa al marchio, alla denominazione commerciale o ad altro segno distintivo di un concorrente o alle denominazioni di origine di prodotti concorrenti;
Continua a leggere l'articolo di Dario Dongo su ilfattoalimentare.it per conoscere gli altri vincoli e come è stata risola la diatriba tra Vierzon e Lidl.
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