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Salviamo l’Inran: intervista a Mario Colombo, presidente dell’Istituto della nutrizione a rischio chiusura

L’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) famoso nel mondo per avere promosso la dieta mediterranea, sta per essere smembrato, accorpato, riciclato, soppresso… In realtà nessuno conosce quale sarà il futuro dell’unico istituto di ricerca sulla nutrizione indipendente esistente in Italia. Se ne dovrebbe occupare il Ministero delle Politiche agricole e forestali, che però più volte nelle riunioni tenute insieme ai rappresentati sindacali ha dimostrato di non sapere bene cosa fanno i ricercatori, tanto che negli ultimi anni lo ha abbandonato al suo destino tagliano drasticamente i finanziamenti.

 

Abbiamo chiesto al presidente Mario Colombo (entomologo esperto di lotta biologica e di apicultura) che dirige l’Inran dal marzo 2011, se e quali sono le prospettive.

La situazione è paradossale, perché in un periodo in cui il cibo, la salute e gli stili alimentari sono temi onnipresenti in trasmissioni tv, sui giornali e sui media, il governo propone di chiudere l’Inran, o quanto meno di ridimensionarlo modificando l’attività di ricerca. Le riunioni che si sono tenute al ministero sono state inconcludenti, la posizione del sottosegretario Braga è praticamente inesistente e nessuno dice cosa si vuol fare della ricerca alimentare in Italia. L’Inran deve essere rilanciato, ma le ipotesi ventilate di accorpamento con il Cra o altre soluzioni fanno pensare solo ad una riduzione drastica e all’abbandono della ricerca.

 

Vuol dire che il governo ha deciso di non fare più studi sull’alimentazione degli italiani?

L’Inran può anche essere ristrutturato e accorpato con altri enti, ma deve continuare a fare ricerca e non deve essere convertito a struttura addetta alla certificazione di prodotti o filiere, perché se ne snaturerebbe il ruolo. Insomma la linea ipotizzata è di sospendere gli studi sulla nutrizione per attivarsi sul fronte dei controlli dei prodotti. 

 

Nel corso del dibattito al ministero lei non ha formulato una proposta alternativa?

Non abbiamo fatto proposte perché già l’accorpamento dell’anno scorso tra l’Ente nazionale sementi elette (Ense) e l’Inran è risultata una forzatura poco produttiva, considerando che nell’attività dell’Ense solo il 10% è destinato alla ricerca. In ogni caso fare progetti con un budget che è stato ridotto del 50% negli ultimi anni è complicato. Abbiamo 40 progetti in corso ma non ci sono fondi per portarli avanti. Praticamente siamo fermi. Tenga conto che il contributo ordinario che riceviamo ogni anno dal Mipaaf non basta nemmeno a pagare gli stipendi del personale di ruolo.

 

Ma allora la sensazione di un Inran lasciato a se stesso negli ultimi anni non è così fuori luogo?

Diciamo che gli unici finanziamenti di rilievo sono stati quelli destinati alla ristrutturazione dell’immobile, ricevuti dal presidente Ferdinando Romano pochi giorni prima di lasciare l’incarico nel 2006, per quanto ne so. Forse ci sarebbero state altre priorità scientifiche da privilegiare.

 

Un gruppo di inguaribili ottimisti sostiene che tra 3 anni ci sarà l’Expo 2015 a Milano che ha scelto come  Tema  "Nutrire il pianeta. Energia per la vita". A voi è stato assegnato qualche ruolo? 

No, non abbiamo ricevuto incarichi specifici.


Un’ultima domanda come si sente un entomologo come lei esperto di api e lotta integrata a dirigere un istituto che si occupa di nutrizione?

Come un ricercatore che non ha un’etichetta, ma ha la consapevolezza e l’esperienza di quegli indirizzi di ricerca – comuni peraltro a tutte le scienze biologiche – che presiedono alle attività di un istituto di ricerca.

 

Intervista a cura di Roberto La Pira

Foto: Photos.com

 

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