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Dalla Francia uno studio sull'effetto nocivo e cancerogeno provocato su animali alimentati con mais GM della Monsanto e con erbicida Roundup (Glifosato)

Sarà forse a causa della tempistica (tra poco più di un mese la California è chiamata a esprimersi sull'indicazione in etichetta), o delle credenziali del primo autore, da anni in prima fila nelle battaglie ambientaliste, ma lo studio appena pubblicato su Food and Chemical Toxicology, che suggerisce un possibile effetto cancerogeno e in generale nocivo per la salute degli animali causato da una dieta a base di mais geneticamente modificato (GM) della Monsanto così come dell'erbicida Roundup (Glifosato), sta suscitando un vero e proprio vespaio di polemiche e reazioni contrapposte. In realtà si tratta di uno dei pochi studi del genere condotti per un periodo di tempo lunghissimo (di fatto l'intera vita dei topi) e su un campione piuttosto ampio di animali (200), e anche se gli effetti visti nei ratti vanno considerati con tutte le cautele e non sempre sono riproducibili nell'uomo, è indubbio che i dati andrebbero analizzati per quello che sono e approfonditi, in base al principio di precauzione e senza strumentalizzazioni.

 

Questo lo schema dell'esperimento. I ricercatori dell'Università di Caen, in Francia, guidati da Gilles-Eric Séralini (che è anche il capo del Committee for Independent Research and Information on Genetic Engineering http://www.criigen.org, che ha finanziato lo studio) hanno preso 200 ratti e li hanno suddivisi in 10 gruppi, ognuno contenente 10 ratti maschi e 10 femmine. Sei di questi gruppi sono stati alimentati con dosi diverse di mais Monsanto ingegnerizzato per resistere al glifosato, uno degli erbicidi più temuti (e anche più diffusi), noto per i suoi effetti sul sistema endocrino e riproduttivo. Tre gruppi sono poi stati alimentati con una dieta quotidiana contenente l'erbicida, e uno è stato alimentato normalmente, con mais non geneticamente modificato e acqua; il tutto, come detto, per due anni, cioè per un periodo di tempo molto superiore ai 90 giorni chiesto da diverse autorità sanitarie come prova della sicurezza di un prodotto testato su animali, ed equivalente all'intera vita degli animali.

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